O’ Sole Mia, nuova via sul Pizzo Andolla per Grisa, Mazzucchelli e Pagnoncelli

August 15, 2019 0 By NIKESHOE

Il resoconto di Giovanni Pagnoncelli di O’Sole Mia, la nuova via aperta il 20 agosto 2018 insieme a Paolo Grisa e Davide Mazzucchelli sul Pizzo Andolla, massiccio dell’Andolla (Alpi Pennine).

Il programma non era quello che poi si è consumato. Eravamo in tre, preparati ed attrezzati per salire la più estetica ed impegnativa via alpinistica della provincia e la più impegnativa delle Alpi Pennine (così definita). Ad aprirla la Guida Alpina Roberto Pè insieme al collega Marco Borgini durante l’apice della propria carriera alpinistica. Roberto era un fuoriclasse ed insieme a Graziano Masciaga rappresentava una coppia che poteva potenzialmente spostare molti limiti mentali in avanti, potenziale sfruttato poi solo in piccola parte. Perché che rende forte un alpinista non sono solo i muscoli, ma più spesso la testa, testa da Ossolani puri, da ‘muntagnit’, che non si lasciavano intimorire da nulla. E per approcciare la vergine parete dello scudo centrale del Mittelruck, una parete aggettante, opprimente e così compatta, senza trapano ma con una manciata di spit da cacciare nella roccia durissima della zona con un punteruolo manuale, bisogna essere forti, fortissimi, ma con la testa dura, una mente di ferro ed avere in tasca una buona dose di follia. In due giorni ed un bivacco in piena parete appesi alle amache, risolsero il grande problema ossolano, al pari possiamo dire, come impegno tecnico della parete, della più conosciuta ai più Pala di Gondo scalata la prima volta qualche anno prima da Alberto Paleari e Mauro Rossi, ma a quasi cinque ore dall’auto invece che ad una manciata di minuti.

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Ebbene, l’obiettivo anche per noi arrampicatori del nuovo millennio era ambizioso e resta una di quelle salite da palmares destinate a persone di grande esperienza e preparazione. Basti pensare che ad oggi, in 32 anni, sono meno di dieci le cordate che l’hanno ripetuta. Di nota la prima ripetizione di Donato Nolé e Maurizio Pellizzon nel 1989, la prima salita in arrampicata libera e concatenando in giornata diretta e direttissima, una prestazione ancora oggi da brividi se si pensa che si sono anche attrezzati le doppie per scendere, di Ivano Pollini e Giorgio Falcioni nel 1993, la prima arrampicata libera e a vista da parte di Andrea Bocchiola e Marco Pelfini nel 2000, la prima invernale da parte di Paolo Stoppini, Stefano Deluca e Pietro Garanzini nel 2002. L’ultima ripetizione conosciuta quella dei giovani di Baceno Andrea Sartori e Simone Antonietti, tutti della provincia, a cui si aggiungono pochissimi altri fuori classe della zona.

Durante l’avvicinamento un violentissimo temporale ha depositato venti centimetri di grandine sulle cenge che si sono trasformate in fiumi d’acqua sulle pareti il giorno dopo. L’obiettivo si è dunque spostato su qualcosa di più semplice. E’ la sesta volta per me in Alta Valle Antrona tra Andolla e Mittelruck, conosco bene l’area e sapevo esattamente che se avessi voluto aprire una via avrei avuto almeno tre aree da ‘visitare’. Ho optato per quella più sicura, quella che corre vicina ad una linea di calate che già avevo attrezzato durante la salita invernale del Pilastro Murgia, una delle guglie che dalla Cresta Sud del Pizzo Andolla cade sul versante italiano Sud est con una parete variabile tra i 300 e i 600 metri. Sulla sua destra di esso c’è una stupenda muraglia di roccia rossa e gialla, verticale e compatta larga circa 500 metri su cui non corre nessuna via.

Si trattava di partire in comune con la via classica del Pilastro Murgia e spostarsi a destra disegnando una linea estetica ma risolvibile in giornata e con l’attrezzatura a seguito. Presto fatto, prime difficoltà nel raggiungere le rocce su nevaio, ancora e per l’ennesima volta in scarpe basse da avvicinamento senza piccozza e ramponi. Per fortuna in questo caso, ma allo stesso tempo con estrema tristezza, noto che l’ex ghiacciaio degradato a nevaio perenne, si è ridotto di oltre la metà in soli due anni. Il termometro climatico a cui noi alpinisti siamo esposti ci ricorda che il cambiamento climatico non solo è in atto inconfutabilmente, ma che si sta volgendo ad una velocità incredibile con effetti stravolgenti sulla natura enormi. Ma questo ci ha permesso di gradinare con le scarpe (praticamente da ginnastica) fino all’attacco del Pilastro e mi sento di predire il futuro dicendo che in un paio d’anni non sarà più necessario pestare un metro di neve da agosto in poi.

A seguire, prima parte rapida fin sotto il muro, facile con passaggi fino al quinto grado e poi, una volta sotto al muro, sono iniziate le discussioni sulle possibilità peraltro non facili da identificare essendo stati immersi nella nebbia dalle 9.30 del mattino. Questo non aiutava né nell’individuazione dell’itinerario, né nell’asciugare le rocce bagnate ed umide. Decidiamo con l’individuazione di un probabile passaggio, di raggiungere la base del tratto più verticale e poi vedere. A me e Davide ispirava una linea molto estetica ma che non sapevamo se poteva essere percorribile per le alte difficoltà. Parte Paolo che aveva guidato la cordata nella prima parte e raggiunge un buon punto di sosta, poi ci raduniamo e mi convinco che si può provare. Dieci metri sotto la sosta avevo scalato in parte e ammirato l’estetica elettrizzante di una specie di venatura diagonale di quarzi che in qualche punto diventava fessura, una linea perfetta che avrebbe portato al tetto in traverso. Ci sarebbe stata anche una soluzione un po’ più conservativa ma avevo voglia di mettermi in gioco e ho voluto provare.

Parto dopo che abbiamo fissato uno spit in sosta che proteggesse anche la partenza, traverso, prendo la vena e la seguo fino al tetto con arrampicata entusiasmante. Arrivo sotto il tetto e vedo che le fessure sono troppo sottili e sfuggenti. Foro un primo spit su una roccia terribilmente dura, attrezzo un C3 ed un micro nut restando pronto al volo per il loro cedimento, riesco a forare per un secondo spit. Da lì in poi diventa obbligata l’uscita in traverso visto che non voglio forare più, abbiamo pochissimi tasselli (8 in totale) e ci servono per scendere. Stanco dall’arrampicata ma soprattutto anche per far condividere anche a Davide la lotta che è quella che ti fa tornare a casa con il gusto buono in bocca della soddisfazione dell’impegno richiesto dalla scalata, scendo e gli cedo il posto di capo cordata. Sale fino all’ultimo punto, riesce a piazzare due protezioni ancora più malsicure ma a risolvere il passaggio di uscita ed attrezzare una sosta alla base di quella che sarà l’ultima entusiasmante fessura ad incastro che ci condurrà in cresta esattamente come avevamo ipotizzato e sperato.

Insomma ne è nata una via, niente di ché, anche se con il passaggio di arrampicata più impegnativo del Pizzo Andolla. Come dice Alberto Paleari ogni via ha un’anima e l’anima di questa è il lungo viaggio che porta a scoprire e mettere le mani su quelle rocce rosse e gialle fotografate anni prima, alla ricerca del difficile ed estetico ed una volta identificato il difficile e bello, del facile nel difficile perché l’alpinista necessita di questa continuo desiderio di doversi impegnare per trovare soddisfazione e poter trovare pace per qualche giorno nella vita quotidiana. Un’altra giornata in cui si è consumata e rafforzata un’amicizia tra persone che condividono il tempo libero mossi dalla sola ed unica passione per l’alpinismo.

Un alpinismo fuori moda, in cui i gradi di difficoltà contano poco, l’orologio meno ancora, di fatto nemmeno la vetta visto che non abbiamo raggiunto nessuna vetta ma solo un masso triangolare a sbalzo su una parete che unicamente fungeva da riferimento. Una giornata resa un po’ più difficile dall’acqua che scorreva dalla parete che rendeva infida dalla roccia, dalle nuvole che ci avvolgevano, dalla lunga camminata ad una montagna che oggi è lontana e lontana e appartata resterà per sempre visto che nulla te la farà mai avvicinare, strade, impianti. E per vederne la sue forme triangolari da vicino bisogna guadagnarsi passo dopo passo la lunga salita di approccio. Nonostante si possa comodamente ammirare dalle spiagge del Lago di Mergozzo, dalla Piazza di Masera, dalla Val Vigezzo, luoghi che, al contrario, ammiravo dall’alto verso il basso tutte le volte in parete con un po’ di nostalgia, soprattutto in occasione della scalata nelle corte giornate di dicembre nel totale isolamento di una selvaggia valle nel momento più silenzioso del letargo, quando la stagione più ostile fa sì che la montagna torni ad essere intima proprietà di sé stessa. Perché per me l’alpinismo è esattamente questo: voglia di essere a casa nel comodo quando sono in parete che si trasforma in voglia di disagio e di avventura una volta a casa. Forse non solo per me.

di Giovanni Pagnoncelli

‘O Sole Mia
6b/A0, 400 m., 11 lunghezze
20 agosto 2018, Davide Mazzucchelli – Paolo Grisa – Giovanni Pagnoncelli